Vincitore del Leone d’oro alla 78ª edizione della Mostra di Venezia, L’Événement porta in sala l’omonimo romanzo di Annie Arnaux, nel quale l’autrice ripercorre calvario dell’aborto che ha affrontato clandestinamente a 23 anni, nel 1963. La Francia era lontanissima dall’approvazione della legge Veil: interrompere una gravidanza comportava l’arresto e sanzioni per chiunque agevolasse la procedura, e per le donne stesse che rivendicavano la libertà di scelta, un diritto inalienabile su cui punta i riflettori il titolo italiano del film. La regista e sceneggiatrice Audrey Diwan ha coinvolto la protagonista reale in ogni fase dell’adattamento, dal lavoro preparatorio alla revisione delle stesure, con l’imperativo di rispettare e restituire l’autenticità del suo vissuto. Su quali aspetti ha concentrato gli sforzi per riuscire nell’impresa?

1) Il tempo presente

Annie Arnaux è un’eroina riluttante: per anni, trincerandosi dietro la non belligeranza della pagina bianca, ha eluso la chiamata alle armi di un passato ancora incompiuto, che può acquisire un valore testimoniale soltanto attraverso la (ri)scrittura. Questa consapevolezza non ne semplifica la recherche: riaprire il vecchio diario, infatti, amplifica la tentazione della fuga.

(Sento che la narrazione mi trascina e impone, a mia insaputa, un senso, quello dell’infelicità che avanza ineluttabile. Mi obbligo a resistere al desiderio di percorrere di volata i giorni e le settimane, badando a conservare intatta con tutti gli strumenti a mia disposizione – la ricerca e la trascrizione dei dettagli, l’impiego dell’imperfetto, l’analisi dei fatti – l’interminabile lentezza di un tempo che si faceva via via più denso senza mai procedere, come quello dei sogni.)

Nel moto oscillatorio della memoria Audrey Diwan individua la componente più febbrile, quell’hic et nunc che accende ogni macchina da presa: il conto alla rovescia.

Il tempo ha smesso di essere una sequela interminabile di giorni, da riempire con lezioni e tesine, passaggi nei bar e in biblioteca, che conduceva agli esami o alle vacanze estive, al futuro. È diventato una cosa informe che avanzava dentro di me e che bisognava distruggere a ogni costo.

Sullo schermo la corsa contro il tempo è scandita dal conteggio delle settimane, che avanza inesorabile in sovrimpressione. Il sollievo delle coincidenze autobiografiche  Mi ha chiesto a quando risalivano le mie ultime mestruazioni. Il terzo mese, secondo lei, era il momento giusto per farlo” , non trova spazio nel formato ristretto delle immagini.

2) La posta in gioco

Anne, pedinata dalla regista come la Rosetta dei fratelli Dardenne, “È una disertrice sociale. Viene da una famiglia proletaria, è la prima della sua famiglia ad iscriversi all’università. L’ambiente universitario è più borghese, i codici e la morale più severi. Anne passa da un mondo all’altro celando un segreto che potrebbe mettere fine a tutte le sue speranze. Avere vent’anni vuol dire di per sé cercare il proprio posto nel mondo. Come farlo quando il proprio futuro è messo a rischio in ogni istante? Durante tutto il film assistiamo a uno scontro tra il suo corpo e la sua testa. Accettare la sofferenza di uno per la salute dell’altro”.

3) La scrittura per immagini

Il conflitto interiore rifugge i manicheismi della comunicazione verbale. Il lungometraggio, secondo Annie Arnaux, “Non dimostra, non giudica, né tantomeno drammatizza. Segue Anne nella sua vita e nel suo mondo da studentessa, tra il momento in cui aspetta invano l’arrivo delle mestruazioni, e quello in cui la gravidanza è alle sue spalle, in cui «l’evento» ha avuto luogo. Semplicemente – si fa per dire – è attraverso lo sguardo di Anne, i suoi gesti, il suo modo di comportarsi con gli altri, di camminare, i suoi silenzi, che avvertiamo il cambiamento improvviso prodotto nella sua vita, nel suo corpo che si appesantisce, affamato e scosso dalla nausea”.
“Ho pensato subito al corpo di questa giovane donna”, conferma Audrey Diwan, “a quello che ha dovuto attraversare, a partire dal momento in cui le è stato detto che era incinta. E il dilemma che ha dovuto affrontare: abortire rischiando la sua vita, o rinunciarvi e sacrificare il suo futuro. Il corpo o la mente. Non avrei mai voluto essere al suo posto. Tutti questi argomenti venivano affrontati in maniera concreta nel libro. Ho cercato di tradurli in immagini, di darne una definizione carnale che permettesse di fare un’esperienza fisica di questo racconto”.

4) La coerenza del mondo narrativo

La credibilità del contesto storico, pertanto, non può ridursi all’accuratezza degli allestimenti: passa attraverso le (motiv)azioni dei suoi abitanti, da mettere costantemente alla prova. “I personaggi del mio film fanno quello che possono in funzione di quello che sanno e comprendono”.

5) La struttura

Anche la materia più incandescente è domabile impiegando gli strumenti della finzione, sintetizzati con chiarezza da Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare: “Personaggio + Situazione difficile/Problema + Tentativo di superamento”. La storia de L’Événement, in libreria e al cinema, non fa eccezione.

Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me. […]

(Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.)

Annie Arnaux

“Anne è un soldato. Va in guerra. Ha degli alleati che perde durante il suo cammino. Finisce a terra. Incassa dei colpi, ma si rialza. Va avanti con ostinazione e tenacia, senza cedimenti. Anne non abbassa mai lo sguardo. Guarda sempre avanti”.

Audrey Diwan

L’importante, per entrambe le autrici, è intraprendere il viaggio sotto l’egida di una massima rubata ad Anton Čechov: “Siate giusti, il resto verrà da sé”.

Adele Augruso